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Ripartirò dall’emozione di poter contribuire a realizzare un Teatro “nuovo”

IL PUNTO DI RIFERIMENTO PER IL TEATRO PUGLIESE

Ripartirò dall’emozione di poter contribuire a realizzare un Teatro “nuovo”

di Valeria S.

Non si dimentica facilmente la gentilezza e la disponibilità di un artista che prima di andare in scena decide di sedersi accanto a te per fare “quattro chiacchiere” sul mondo teatrale.

È questo che ci è successo quando abbiamo incontrato qualche mese fa la regista Alessandra Pizzi al timone di ERGO SUM.

Oggi invece della piacevole conversazione vis-à-vis, siamo costretti a mettere nero su bianco le nostre e le sue parole.

È questa una delle conseguenze inevitabili dei “tempi emergenza Covid-19”. Ma probabilmente, lo affermiamo con timore, è anche qualcosa che diventerà un’abitudine.

Ma se davvero fosse così, cosa diventerà il teatro?

Smetterà di essere Teatro. Diventerà altro. Che non è detto che sia cosa migliore o peggiore, ma smetterà di essere il Teatro come siamo abituati a vedere, ad immaginare. Marshall McLuhan diceva che “il mezzo è il messaggio”, cioè che il contenuto di quanto diciamo è insito nello strumento, o nel linguaggio, con cui lo diciamo. L’essenza del teatro è nella narrazione: orale, dal vivo.

Un teatro a “distanza di sicurezza”, un teatro che non userà le famose maschere, ma le tanto ricercate e necessarie “mascherine protettive”?

Detesto i conservatori, i malinconici nostalgici che rifiutano i cambiamenti. Non sono ancorata all’idea di un Teatro fruito come sin ora è stato: file al botteghino, selfie con l’attore, assembramenti per gli autografi. Così come ci siamo abituati, più o meno tutti, a gestire distanze ed ingressi contingentati per i supermercati, potremmo in breve imparare a fare lo stesso con il teatro. Tra l’altro in teatro il pubblico può indossare tranquillamente la mascherina, visto che non c’è un dialogo. Al tempo stesso ritengo che il problema sanitario abbia la priorità. La tutela della vita, viene prima di ogni forma di godimento della stessa.  Ed oggi le condizioni ancora non lo permettono. Né si può pensare di fare uno spettacolo per un pubblico decisamente ridotto. Perché l’impresa non si sosterrebbe. E bisogna pensare alla cultura come impresa, non come intrattenimento e svago.

Il palcoscenico sarà uno spazio virtuale?

Il palcoscenico virtuale potrà forse essere qualcosa altro, ma non il luogo di rappresentazione del teatro la cui essenza è in quella linea “immaginaria” che separa il pubblico dalla scena. Immaginaria appunto, perché si può oltrepassare: con la voce, con la vista, con l’emozione.

Il Ministro Franceschini ipotizza una “Netflix della Cultura”.

Per fortuna lui stesso ha sconfessato la sua dichiarazione, precisando un fraintendimento di quanto volesse dire. Il teatro non va in televisione, non va in streaming, non va sui social. Questi strumenti sono utili a parlare di teatro, di arte, di musica, di danza, di letteratura, ma non possono sostituirne i contenuti. Per i motivi di cui sopra. Il Teatro ha bisogno di novità, di innovazione, di nuovi linguaggi, di cambiamenti epocali, che vanno maturati, realizzati, applicati al suo interno, per creare contenuti e prodotti nuovi che possano competere con l’offerta on demand, che possano continuare ad essere strumento valido ed efficace per l’approvvigionamento di cultura. Ma deve rappresentare un’alternativa, non un surrogato.

In tutto questo, un clima del tutto dubbioso, nel quale si fa davvero fatica ad immaginare la ripresa del settore Cultura teatrale. Sarà indispensabile riprogettare, reinventare. In che modo un regista riapre il “cantiere”?

Il COVID ha messo in crisi un settore già disastrato: da politiche di gestione superate, da dinamiche di promozione inefficienti, da un sistema di finanziamenti inefficace, e da una contraddizione in termini solo ed esclusivamente italiana, per cui il pubblico raramente sceglie di andare ad “assistere” allo spettacolo, ma vuole andare a “vedere” l’attore.

Il Teatro italiano è fossilizzato su logiche di “nomi in cartellone”, non riconosce l’autorialità, non premia la scrittura e, addirittura, buona parte del pubblico ignora che esista il regista.

La generazione dei grandi attori è passata da un pezzo, e oggi si fatica a trovare “attori” degni del nome, come si fatica a fare accettare ai gestori di teatri e festival spettacoli che abbiano nuovi linguaggi, che superino la “maniera”.

Il Teatro italiano è vecchio, si reggeva su flebili gambe, ecco perché all’arrivo della tempesta è volato via, senza che nessuno lo reclamasse. Fa specie sapere che nessun ministro, nessun economista, nessun opinionista, nemmeno uno, abbia provato ad affrontare la questione con il peso dovuto. I teatri hanno tirato giù il sipario a febbraio e Dio solo sa se, e quando, riapriranno. Il teatro ha bisogno di programmazione, di tempi di scrittura, di tempi di prove, di tempi di vendita e di promozione. Ogni spettacolo è un’attività nuova che riparte, quindi comunque vada le prossime due stagioni sono compromesse. Senza considerare il numero degli artisti e dei professionisti che non tornerà a fare quello che faceva, perché intanto ha dovuto fare altro. Ma del Teatro, e della cultura in genere, in Italia si parla della perdita emotiva, del grosso vuoto sociale che la sua mancanza produce. E quindi si chiede agli artisti di cantare sui balconi, di leggere nelle dirette social, di raccontare le fiabe della buona notte e gli artisti, si sa, si accontentano dell’emozione. Ma il COVID, come ogni disgrazia porta in se qualcosa di buono ed è da quello che bisogna ripartire: da una visione moderna dell’impresa culturale, capace di intercettare la domanda del pubblico, in grado di innovare l’offerta. Io riparto ogni giorno da questo: dalla consapevolezza di avere un’impresa che, siccome ha contenuti culturali, ha il valore aggiunto di essere fondamentale per la crescita di un Paese. Ed io mi sento tutta la responsabilità di quel valore.

Da quale punto riparte la tua programmazione?

Riparto da me, dal mio bisogno di misurami con i cambiamenti. Riparto dal desiderio e dall’emozione di poter contribuire a realizzare un Teatro “nuovo”, che metta al centro l’autorialità, la drammaturgia, il valore del testo, che sia in grado di raccontare emozioni “nuove” ad un pubblico “nuovo”, che anche se sarà lo stesso di prima, avrà occhi “nuovi” e capacità percettive “nuove”. Fuori da questa visione non credo che tornerò a fare teatro.

E in tanto sto in silenzio, non faccio teatro, non vedo teatro, perché, come dice il maestro Morricone, il Teatro per me ha un valore assoluto. Ma ancora, difronte a tanti morti, a tanta sofferenza, non ha nessun valore.

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