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Mi chiamava principessa

Mi chiamava principessa

Progetto donne UILT e Ciccitisantateatro

debuttano per dire no alla violenza di genere

“Mi chiamava principessa” è un reading teatrale che parla delle donne che non hanno più voce: le vittime dei cosiddetti femminicidi che oggi più che mai – e sempre di più – occupano le pagine di cronaca.

Il reading  ha riempito di emozioni il pubblico in sala, un pubblico rimasto in silenzio ma toccato come un punteruolo dalle parole brucianti delle attrici e dalle note delle musiciste. Carmen Moscaggiura, Aurora Sampietro, Angela Antonacci, Elena Manigrasso, Antonella Pinoli, Tiziana Di Napoli hanno dato voce a donne umiliate, derise, sminuite, schiavizzate dai propri compagni di vita, e poi uccise.

Sono state raccontate le loro cadute per mano di uomini, non per piangerci addosso, come ha detto nei saluti iniziali l’Assessora Alessia Greco, ma per poterci rialzare dritte, sempre più in rete e in sorellanza. Anche attraverso il teatro. Sempre più coscienti dei nostri diritti.

Chi abusa crede di poter godere di profitti illeciti per sempre, ma non è così e meno male. A nessuno è lecito violare IMPUNEMENTE la dignità delle Donne. Il 23 Novembre, presso il Palazzo Ducale di Carosino queste parole sono state gridate per stamparle bene nel cuore di ognuno grazie al progetto donne UILT e la compagnia teatrale Ciccitisantateatro che già in altri contesti ha toccato e trattato la violenza di genere.

Questo reading è nato grazie alla volontà delle donne del direttivo UILT (unione italiana libero teatro) della Puglia, del quale fanno parte Tiziana di Napoli, Antonella Pinoli e Angela Antonacci. Donne che hanno sposato un progetto nazionale chiamato “Progetto donne”, portato avanti da un anno. Lo scopo è quello di dare voce ad altre donne che non hanno ancora la forza di fare uscire i loro racconti violenti dalle mura delle loro case. Prigioniere dei propri aguzzini. I compagni di vita. Che orrore e che scandalo, ma sono cose che succedono qui ed ora.

Ce lo ha ricordato con parole drammatiche ma necessarie la mamma di Federica de Luca e nonna del piccolo Andrea. Rita Lanzon ci dice che Federica era una giovane donna tarantina, come tante altre, sorridente, studiosa, sportiva; che si sposa e diventa madre. Poi la scena del racconto cambia. Morta per mano del marito, uccisa a suon di calci schiaffi e pugni, finita di botte (la mamma ha mostrato la foto in sala) e poi ha finito il piccolo Andrea con un colpo di pistola alla testa, per finire il marito si è suicidato. “Avevamo un mostro in casa e non ce ne siamo accorti” recitano le attrici, ma non c’è nulla da recitare, è l’orrore reale.

E noi come donne impegnate nel sociale siamo qui a camminare insieme a loro e dire “noi ci siamo per smascherare chi delinque impunemente, delinque approfittando del sentimento più bello, l’amore”. Non si ricatta: o l’amore o la tua identità, ogni donna ha diritto ad essere ciò che vuole, senza il bisogno di avere difensori. Purtroppo, ve lo possiamo assicurare, non sempre è così.

Queste le parole finali della psicologa Lucia Palombella che ha aiutato le organizzatrici e il pubblico a cercare di trovare delle risposte concrete affinché si argini il problema della violenza sulle donne, che si possano mettere le basi sul rispetto reciproco e arrivare a un rapporto egalitario, senza differenze di genere.

Elena Manigrasso

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